
Nome: Hap Collins
Indago, la notte.
Di giorno vivo sotto le mentite spoglie di Andrea Galla, che ama leggere e spesso scrive. Con questo pseudonimo sono diventato caporedattore della E-zine L'emergente sgomita www.emergentesgomita.com, e ho vinto il concorso "666 passi nel delirio" con il racconto "Il bambino" pubblicato nel libro "Bambini cattivi" Melquiades edizioni.
Altre cose sto costruendo, ma solo la notte, nelle ombre nere di Torino, vivo.
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Amici,
per oscure ragioni ho cambiato indirizzo ( e sito) di questo blog.
Ora, per seguire le mie indagini, dovrete andare a questo indirizzo:
www.nerotorino.blog.lastampa.it
Nulla cambierà, non vi preoccupate.
Da oggi quindi, per viaggiare tra le ombre di Nero torino, basterà cliccare sul nuovo url.
Naturalmente vi aspetto.
Il vostro Hap Collins.
I luoghi, soprattutto a Torino, hanno qualcosa di antico, magico.
Non parlo solo di quelle piazze, di quelle vie, dove simboli e sculture inneggiano a triangoli magici e arti arcane. Ce ne sono molti, in questa città.
Parlo di un semplice parcheggio, una via qualunque, una discarica: sotto lo strato di cemento o di intonaco, macchiato da umidità e intemperie, si può avvertire qualcosa, che si ripete e perdura, nonostante il trascorrere del tempo.
Guido piano, godendomi la giornata libera di indagini; rumori consueti di traffico e le auto che scorrono nella larga via che, dalla periferia, circonda la città.
Poi, lo vedo. Un uomo male in arnese esce correndo dalla vecchi sede dell’Alfa Romeo, ora una fabbrica in disuso. Sembra impazzito, e si ferma appena in tempo, prima di essere investito. Cade in ginocchio e vomita.
Mi fermo e vado a soccorrerlo.
- La polizia, - ripete come una nenia, - chiamate
Allunga il braccio verso il rudere da dove è uscito. Non perdo tempo.
L’ingresso è un foro sulla parete est, e i calcinacci misti a siringhe rallentano il mio passaggio.
Mi basta entrare nell’edificio perché, come un proiettile, mi esploda nella memoria un’immagine: io, qui, tra queste mura, ci sono già stato. Tre anni fa, per un omicidio.
Cerco di non pensarci, ma un presentimento sta allagando la mia mente.
Qui, tre anni fa, Minghella, serial killer specializzato nell’uccidere, strangolando, prostitute di tutte le etnie, aveva ammazzato la sua terza vittima.
Sembra ancora di sentirle, quelle grida, quell’eccitazione dell’assassino mentre stringeva con una sciarpa il collo della giovane donna.
Sono le pareti a far eco ai miei pensieri: è come se avessero assorbito quell’istante, fatto da morte, follia e desiderio e rinuncia. E’ come se ricordassero.
Qui ora, mezzo seppellito dalla terra, un uomo riverso in una macchia rappresa.
Appena mi avvicino un gruppo di ratti, feroci e scuri, scappa dal banchetto imprevisto che il viso di quell’uomo sta offrendo.
Non sono un tipo impressionabile, ma il volto di quell’uomo, squarciato dai piccoli e aguzzi denti dei topi, mi fa salire un lungo conato. Capisco il povero barbone, ancora perso nel ricordo di questi occhi vuoti.
Porto un fazzoletto al viso, e con cautela libero il corpo dai detriti: tre macchie rosse sull’addome. Tre proiettili, precisi e letali.
Un’esecuzione in piena regola.
Mi guardo intorno, e solo le sirene ancora lontane della polizia rompono l’istante.
Le mura sembrano sogghignare, paghe di un altro tributo.
O forse siamo noi, uomini e donne, i soli colpevoli.
Mentre mi affretto ad andarmene, per non incontrare le divise, da una piccola fessura vedo mille occhi guardarmi, perfidi. Come in attesa.
E un dubbio sottile sembra ridere di me.
Alla prossima,
Hap Collins
Una madre deve fare scelte difficili, a volte. Come consigliare la galera al proprio figlio per un furto andato storto. E’ così che la nostra storia prende una piega diversa.
Da una madre, un orologio prezioso e una inserviente scaltra, ma non abbastanza.
A tenere in ordine la sua distinta casa, ricca di ogni oggetto di arredo e quasi spavalda nelle sue cornici dorate e nelle molteplici stanze, una cameriera tuttofare.
E’ una donna capace, arrivata dall’Albania piena di grinta e speranze. Ma debole di fronte all’ostentazione di tanta ricchezza, quasi da favola. Sono il retaggio di una vita di stenti, di violenze subite, o forse semplicemente l’animo umano, universale nella sua debolezza.
Una passeggiata, la classica passeggiata.
Ne ho viste tante, di rapine, di passeggiate, finire in questo modo.
Perché anche nel crimine ci vuole esperienza, e tentare qualcosa di troppo grande credendolo facile, è un errore comune tra i criminali alle prime armi.
E poi c’è Montagna, albanese anche lui, dal carattere duro, dal coltello facile. Senza un’anima precisa, senza rimorso. Un compagno ideale, per coprirsi le spalle, ma incontrollabile se la situazione sfugge di mano.
La donna sarà estranea ai fatti, e dopo qualche tempo si licenzierà, per scomparire con un discreto bottino. I due saranno solo fantasmi neri in una Torino che confonde, anche alla Crocetta.
Invece qualcosa va storto, e tutto si trasforma in un incubo.
La donna, diversamente da altre, non è intimorita dai due rapinatori, e sicura inizia a gridare per attirare l’attenzione dei vicini.
Montagna perde la testa, completamente, e inizia a colpire senza più fermarsi. Nemmeno quando il respiro della Contessa si è fermato.
Poi è solo un veloce strappare gioielli e orologi dal corpo della vittima, e via, fino alle proprie abitazioni, e poi, dopo essersi spartiti il magro bottino, ognuno per la propria strada. Fine della storia, fine della rapina.
Troppa fretta, paura e inesperienza.
La madre piange, si dispera, poi, messo il figlio su un Pullman sgangherato, lo saluta, lacrime agli occhi, sapendo che per dovrà attendere molto, troppo, prima di rivederlo.
Se fosse stato processato in Albania, tutto sarebbe stato più duro, feroce. In fondo, è meglio così.
Solo Montagna manca all’appello, il più furbo e letale di tutti, ancora a piede libero, tra le vie di Torino.
Lo stiamo cercando, Polizia carabinieri e il sottoscritto, perché nei suoi occhi c‘è qualcosa di così buio da annullare anche la penombra di Nero Torino.
Lo troveremo.
Ma lasciamo stare, per ora.
La cronaca ha altro da raccontare, come i miei casi, labirintici e oscuri.
Alla prossima indagine,
Il corpo della Contessa non lascia dubbi.
Chi l’ha uccisa, per rapina (o per simularne una ), ci è andato giù pesante, e le ecchimosi che gonfiano la pelle bianca della donna, e le coste rotte che il medico legale scoprirà nell’autopsia, gettano una luce che è buio. Che fa male.
Una sciarpa di seta stretta al collo del cadavere ci fa immaginare la dinamica, di un delitto che appare “strano”. Possiamo immaginare Montagna, che in un gesto agile nonostante la stazza, circonda il collo prezioso di gioielli e vita della Contessa, e comincia a stringere, per soffocare ogni urlo.
Poi arrivano come una frana le botte, manate, calci, e pugni; lei ormai è in terra, agonizzante in posizione fetale, come a mimare la vita in punto di morte.
Ma ancora non basta, e l’uomo insiste, cullato dal sangue e dalla furia.
Poi la fuga. Con qualche gioiello, un orologio da centomila euro, e qualche contante.
Tutto bene…Invece no.
Per un colpo così, non si uccide, non si rischia così tanto per così poco.
Inoltre, tutto era troppo preordinato: i due che aspettano la donna nel garage all’ora del suo arrivo, senza essere notati da nessuno. E qui non è porta palazzo, dove il passaggio di ombre e presenze è costante.
Qui anche una foglia è sgradita.
Allora?
Le abitudini della Contessa hanno giocato un ruolo determinante. Ma dietro? Cosa e chi ha organizzato questo omicidio, e perchè? Solo per qualche orecchino?
E’ questo il caso, ma lei, la contessa, non ne sarà comunque contenta.
Hap Collins
La routine di ogni giorno ci attanaglia in gesti privi di ogni sorpresa, prevedibili nel loro ripetersi. Ma anche rassicuranti.
Ma a Torino, a volte, le nostre abitudini possono diventare armi contro di noi, a volte mortali.
Strade a più corsie si intersecano sicure, e auto di grossa cilindrata si sfidano, immobili e rombanti, nel loro lusso discreto. Se si pensa a coltelli, omicidi e armi da fuoco, non si pensa alla Crocetta, ma a San Salvario, o a Porta Palazzo. Lì, un omicidio non è poi così inconsueto.
E’ il 16 dicembre di una sera fredda, che costringe a camminare veloci, per raggiungere il tepore di riscaldamento autonomo della propria abitazione.
Un’auto, riflessi fugaci di altre auto, di pedoni, e poi la gola scura di un garage sotterraneo, si muove lenta tra fumi al neon di un parcheggio sotterraneo, grigio e pulito. Piano -1. Più in alto il custode, e poi gli appartamenti sfarzosi della Torino bene, che a quell’ora aspetta la servitù efficiente pronta ad arricchire la tavola con cibi prelibati.
Una donna, una contessa, scende dall’auto appena parcheggiata, gesto consueto e meccanico, con la mente persa tra vaghi pensieri. Forse futili, non sappiamo.
Dietro di lei, una montagna. O meglio, un uomo che da solo getta un’ombra larga sul cemento chiaro. Nero Torino, lo chiameremmo quel colore, ma in fondo poco importa.
Dopo un attimo, un’altra figura, esile, spunta davanti alla contessa, più seccata che spaventata.
Poi sono solo urla soffocate, dolore, e colpi.
Ed un silenzio raro tra quelle mura, tra quelle vie candide di denaro. E’ il silenzio di un omicidio. Rotto solo dal rumore affrettato di passi che si allontanano, per scomparire nella notte.
E ci sono anch’io.
Hap Collins
A volte la vita è un labirinto, pieno di curve cieche, e passaggi obbligati. Altre, invece, assomiglia più ad una Higway americana, tutta dritta fino alla prossima città.
“Massimo e i suoi bicchieroni di latte tracannati al bar, vicino casa sua.”
Così inizia la descrizione dell’uomo trovato, un pezzo alla volta, nella discarica torinese, ormai più di un mese fa.
Ma come è stato possibile riuscire a dare un nome al corpo trovato quel giorno d’inizio gennaio?
Di solito ci vogliono giorni interi a vagliare tutte le denunce di scomparsa, e non sono poche credetemi, confrontare i resti, interrogare famiglie. Un lavoro lungo e faticoso.
Per Massimo, tutto è stato più semplice: dentro la tasca di ciò che restava dei pantaloni, una denuncia ai carabinieri per aver smarrito la carta di identità.
Ecco quindi il nome della vittima, il suo indirizzo e la sua vita. Un colpo di fortuna, per gli inquirenti. Non capita spesso.
Posteggio l’auto e la folla che riempie il mercato di voci e baratti mi abbaglia quasi, confondendomi.
Le forze dell’ordine sono nell’appartamento della vittima, a spiegare ad una madre confusa l’orribile fine del proprio figlio; ad interrogare un fratello stupito ma che in fondo, dentro il cuore, temeva che il fratello potesse finire male.
Lascio perdere la famigli, per ora, e mi guardo intorno, cercando di capire, di ascoltare, le mura dei palazzoni dagli intonaci scrostati, e mi infilo in quel bar, viatico mattutino di Massimo, dove ogni giorno si caricava di latte e chiacchiere per poi partire e andarsene a lavoro.
Non faccio domande, e mi prendo un caffè che sa di segatura, e non fiato. Sono capitato lì per caso, prima di una spesa al mercato.
Preferisco ascoltare la gente, che fermando la propria vita, per l’attimo di una colazione, si unisce in pettegolezzi e racconti. Perché lì, in quel bar, tutti conoscevano Massimo.
Una persona strana, spigolosa, che non nascondeva la propria antipatia (avversione, odio) per gli extracomunitari, anzi. A volte, uscendo, ne insultava qualcuno, a voce piena.
In un quartiere che vive di immigrazione, e di lenta integrazione, non sono parole leggere.
Inoltre, ogni tanto se ne andava in giro con un bel po’ di banconote da cento euro in tasca, e non teneva segreta la cosa, come a vantarsi. Tutto questo non preannuncia nulla di buono. Rapina o vendetta, sussurra Vigliacco, un tipo in ombra sulla sinistra, che su Massimo sembra saperla lunga.
Ma chi era Massimo, e come è finito in un cassonetto dell’immondizia, e poi dentro il tritarifiuti, in un giorno qualunque di gennaio?
Un passo alla volta, gente, un passo alla volta.
Che dire?
Dalla tangenziale la discarica, all’alba, è qualcosa di vago e misterioso.
Una collina, spoglia e rada, illuminata da decine di ciminiere che sputano fuoco, illuminando solo vuoto.
Aguzzando la vista, spostandosi fino in punta, la si riconosce per quel che è: rifiuti su rifiuti, ammassati e fusi, quasi un caleidoscopio di colori acri, e uccelli, che ruotano e si alzano all’unisono, al passare di ruspe e camion.
Alle volte mi scopro a guardare affascinato quel monumento alla nostra civiltà, dovrebbe essere un muto e maleodorante monito, invece solo una collina come tante, con un’anima di merda, della nostra merda.
La polizia, quattro auto e una piccola camionetta, saliva per la tortuosa strada che porta in punta alla collina, proprio dove l’odore è più forte e i rifiuti sono più freschi.
Non potei resistere, e messa la freccia e lasciata la tangenziale, raggiunsi la discarica in via Germanasco.
Mollai la mia auto un centinaio di metri dall’ingresso, e furtivo presi a salire, arrampicandomi su una terra che una volta erano calzini, plastica e formaggio. Sul pianoro, in alto, una decina di persone raspava tra l’immondizia, spaventando i gabbiani, o quel che sono, ad ogni passo, in ceca di qualcosa.
Magari l’arma di un delitto, o una borsetta di una vittima.
Confondendomi con il personale iniziai a dare un’occhiata in giro, e solo quando vidi un braccio sepolto tra sacchi di rifiuti capii cosa stavano cercando.
Il corpo di un uomo, fatto a pezzi da un tritarifiuti.
A domani, tra i meandri della vita di un uomo, e i misteri che si celano sotto l’ombra della Mole, oggi imbiancata e pronta per le Olimpiadi.
Un saluto dal vostro Hap Collins.
Domani vi racconterò di un caso davvero nero, che non sfigurerebbe in un qualsiasi film horror, ma oggi mi preme parlare di una cosa forse banale.
In questo spazio, qui a NeroTorino, si parla di Cronaca, e nient'altro.
Tutti gli eventi narrati non sono che frutto della vita di ogni giorno, raccontati a voi, fedeli lettori, dalla mia voce, a volte calda e paterna, a volte spiccia e roca.
Ma la fantasia, in tutto questo, non c'entra, credetemi.
D'altronde l'ombra di NeroTorino che ci avvolge non lascia scampo, e la realtà, spesso, è più oscura di qualsiasi anfratto tenebroso della nostra mente.
Quindi, se alcune storie non finiscono, o sembrano troppo irreali per essere vere, bé, che ci volete fare, questa è la NOSTRA realtà.
Quindi non crediate di leggere racconti o favole, e ogni tanto gettate uno sguardo dietro di voi. Qualcuno potrebbe essere in agguato...
Un saluto sincero,
il vostro Hap Collins
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